HardBoiled: Commissario Bonichi

Commissario Bonichi, Italia, 1931 / Alessandro Varaldo

Fumatore accanito di sigari toscani, il commissario di polizia Ascanio Bonichi, in seguito promosso ispettore del ministero dell’Interno, è un poliziotto semplice e con i piedi per terra, che talvolta ricorre ai metodi scientifici ma è spesso aiutato dal caso, che egli definisce metaforicamente «uomo d’affari di Dio». Questore del Regno, scapolo incallito, ma “sbirro di cuori”, bruno “con un paio di baffi neri e folti e due pupille penetranti e “penetrabili, semplice, alla mano, molto curioso, dalla memoria imbattibile (”è il mio casellario” suole dire).

Familiarmente chiamato Sor Ascanio, il commissario Bonichi spesso non è che uno dei tanti elementi dell’ingranaggio di romanzi complicati (con alcuni punti che restano oscuri anche alla fine, quando l’intrigo, in un modo o nell’altro, viene risolto), nei quali di tanto in tanto fanno capolino personaggi misteriosi che hanno soltanto lo scopo di distrarre chi legge dalla soluzione dell’indagine. D’altra parte, come aveva scritto lo stesso Alessandro Varaldo, in un articolo sul romanzo poliziesco, «impostato il problema, bisogna fuorviare o distrarre le supposizioni» dei lettori.
Pieni di coincidenze, sogni premonitori e influssi medianici, i romanzi polizieschi di Alessandro Varaldo, ambientati quasi sempre a Roma e dintorni, sono un po’ lo specchio di un’epoca e sono stati pubblicati da Mondadori.

Inizia, con Il sette bello, Alessandro Varaldo. E’ il 1931, indaga il personaggio del commissario Ascanio Bonichi. Il regime storceva il naso, anzi osteggiava, emanava veti e attuava censure, ma Varaldo riuscì nell’impresa di non risultare sgradito. Non tanto per la qualità (di cui al Duce poco importava) intrinseca dell’opera che è piuttosto altalenante (picchi e valli sempre), ma perché seppe creare ciò che in quel momento il regime si auspicava; un giallo all’Italiana, unico e inimitabile a sua volta, che pur tenendo conto degli elementi del poliziesco classico sapesse mescolarli poi a una sensibilità tutta Italiana. Mise in scena macchiette di paese, un uso (simpatico e moderato, altro che Camilleri) del dialetto e soprattutto una certa melodrammaticità di fondo dalla quale la narrativa pop italiana non ha mai, ma proprio mai, saputo affrancarsi.

Bonichi piacque, a seguire, sempre nel ’31, Varaldo pubblicò Le scarpette rosse. Un altro successo. Chi ha derubato di tutti i suoi preziosissimi gioielli la contessa Mariella di Sant’Agata, bizzarra nobildonna napoletana? Il colpevole, difficile da identificare, è senza dubbio fra gli ospiti (con i loro amici) e il personale della pensione Nereide: Settimia, la proprietaria dell’albergo, i coniugi Newmann, l’avvenente turista americana Mary Ambrose con il fidanzato Billy, la giovane amica della contessa, Piera Sellero. Proprio quest’ultima, una giovane donna caduta in disgrazia dopo il suicidio del padre, è la maggiore indiziata da Arrighi e Bonichi: il tesoro era infatti nascosto in una delle sue scarpette rosse, curiosa quanto improvvisata cassaforte voluta proprio dalla sua padrona, allergica alle cassette di sicurezza e grande amante dei viaggi. Qualcuno, senza dubbio un insospettabile, ha però intuito il nascondiglio è si è impossessato dell’ingente malloppo. Bonichi, ormai vice questore, e Arrighi, suo braccio destro, brancolano nel buio. Non credono alla colpevolezza di Piera. Ancora una volta, un colpo di scena e l’intuito dei due investigatori consentirà di risolvere la vicenda e catturare il colpevole. Sostenuto da un congegno narrativo sottile e ricco di colpi di scena, originale esercizio di stile in bilico fra suspense e risoluzione dell’intreccio.

Poi venne “ La Gatta Persiana”(1933). “Una notte di Novembre, piovigginosa ad onta dello scirocco”, Gino Arrighi, detective privato e braccio destro di Ascanio Bonichi, sceso da un autobus, mentre si avvia tranquillamente verso casa, dove l’attende la moglie Nora(*), all’altezza di via Francesco Crispi, si imbatte in una guardia notturna che è in ambasce per una gatta in amore il cui miagolio gutturale e piagnucoloso proviene dal palazzo appartenente alla marchesa Morteo. Poiché costui possiede le chiavi del portone, decide di ricongiungere la bella micia con il suo soriano di strada. Ma nell’androne stretto, vicino alle scale, non c’è la gatta ma un uomo dalla testa sfondata.

Varaldo dette il meglio di sé, come autore, nei romanzi gialli. A differenza di altri, penalizzati dal regime, seppe conciliare il genere tradizionalmente anglosassone del giallo con i valori dell’etica fascista risultando così particolarmente apprezzato dal regime, pubblicò infatti sino al ’43 senza compromessi di sorta. Uscì indenne dal ventennio ottenendo incarichi di prestigio.


a cura di Roberto Roganti


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