ALLA SCOPERTA DEL POPOLO WA

ALLA SCOPERTA DEL POPOLO WA: GLI “AFRICANI DELLA CINA”, EX CACCIATORI DI TESTE APPARTENENTI A UN’ANTICA SOCIETA’ MATRIARCALE.

Ciao a tutti,

oggi vi voglio parlare di una minoranza etnica cinese molto particolare: l’etnia Wa.

In Cina convivono 56 etnie, molte delle quali si trovano nelle zone tropicali di confine, in villaggi remoti, isolati e abbarbicati sui monti, per questo si incontrano difficilmente e di solito si vedono solo in TV, su internet  o su libri fotografici di viaggi alternativi.

Tra queste etnie ci sono gli Wa, ex cacciatori di teste originari del Borneo, che abitano il sud-ovest dello Yunnan,  le aree confinanti con la Birmania. Sono misteriosi, selvaggi e vengono soprannominati “gli Africani della Cina” per via della pelle scura, che per loro è un vanto, basti pensare che la festa tradizionale si chiama “ti tingo di nero”; cade ogni anno a maggio, e la gente dei monti scende a valle spalmandosi  il corpo con un unguento ricavato da  bacche scurissime. Il rituale ha lo scopo di  mettere in risalto la bellezza e il fascino della propria etnia. Per gli Wa “nero” vuol dire “bello e in salute”, così come i capelli lunghi che arrivano fino al fondoschiena e che per le donne sono sinonimo di laboriosità.

                                                                          Foto dell’autrice

Io ho avuto il privilegio di conoscere gli Wa di persona: prima attraverso le loro danze, coinvolgenti e frenetiche, poi nella quotidianità; le donne, come ubriache di gioia, ballano in cerchio scuotendo forte i capelli  per cacciare via povertà e dispiaceri. Le loro chiome diventano “scope magiche” che spazzano via nell’aria le negatività.

Appartengono a una tribù antichissima e matriarcale, e una volta cenai   insieme a loro ai confini con la Birmania,  nella casa del capo villaggio di Mang’è: un’oasi verdeggiante in cima a un monte, con tante aloe grasse, piante di banani, papaie, manghi, cocchi, tamarindi e fiori tropicali coloratissimi. Il nome Mang’è  significa  “il luogo dove crescono le aloe vere” ,  il borgo  è sotto la giurisdizione della città cinese di Gengma, il cui nome ha origini dal  dialetto balinese.  “Ghenmaa”  suona come  “i popoli arrivati a seguito del destriero bianco”, il cavallo della leggenda del luogo, la cui statua domina il  centro della moderna piazza cittadina.  I popoli  di cui parla la storia sono le genti   che millenni fa migrarono in Cina dall’Asia sud-orientale, dall’Indonesia, dall’Isola di Bali, da Sumatra e dal Borneo. Tra queste ci sono gli Wa.

                                                                        Foto dell’autrice

Nella casa del capo villaggio  Aiban ho  mangiato  il  tipico risotto con  carne di fagiano, condito con erbe aromatiche e abbondante  “magram” :  peperoncino rosso piccante che incendia la bocca e che, a detta di tutti, lava le interiora purificando l’organismo. Aiban mi ha offerto  anche un vassoio di “yang naiguo”,  frutti rossi dal sapore acido di ribes, molto simili a pomodorini, che vanno gustati intinti  nello zucchero; mi ha raccontato che gli Wa amano definirsi “rossi dentro e neri fuori”: sono passionali, generosi e sinceri, e il rosso e il nero, oltre al viola,  sono le tinte più amate, che dominano anche gli abiti artigianali di lana grezza  lavorata al telaio e che sono decorati con bellissimi gingilli e porta fortuna d’argento che tintinnano a ogni movimento del corpo. Ma perché questi due colori?

Gli Wa credono molto nei legami di sangue e nella continuazione della loro stirpe, perciò, tingendo le vesti di rosso, è come se le impregnassero del loro DNA. Inoltre sono animisti, credono negli spiriti della natura e dell’Universo, e sono convinti che il nero possa sconfiggere i demoni e le forze malvage. Per loro è una sorta di esorcismo.  

Durante la cena, la moglie di Aiban mi ha omaggiata di una splendida giacchina viola realizzata a mano e che, dopo tanti anni,  conservo ancora gelosamente nell’armadio. In Italia mi  capita di indossarla durante qualche evento o presentazione di libro, e sono molto affezionata perché mi ricorda la fantastica  esperienza nel villaggio di Mang’è, la cordialità e l’ospitalità degli Wa.

                                                                           Foto dell’autrice

Si dedicano prevalentemente all’agricoltura. Dopo il 1949, il Governo cinese ha riorganizzato l’amministrazione delle terre abolendo antiche usanze tribali come, per esempio, i sacrifici umani, una crudele tradizione che continuò fino alla prima metà del Novecento, quando vigeva ancora un sistema feudale e primitivo. Si pensava che solo sacrificando una persona il raccolto sarebbe stato fruttuoso. E poi il potere e l’abilità di un capo tribù si misuravano con il numero di teste di nemici che aveva mozzato. Alcuni sacrificavano animali ma, se alla fine dell’autunno, non c’era riso a sufficienza, dovevano fare i conti con il Tusi o  signorotto locale.

Ora al villaggio di Mang’è sono quasi tutti piccoli proprietari terrieri.

La prima volta che vidi  il loro strumento sacro, un tamburo di legno ricavato da un tronco d’albero intero, rimasi incantata dalle fini decorazioni di teste di bufali con al centro un sole rosso, l’origine del calore e della vita. Il tamburo era liscio, e nella parte superiore era incisa una fessura lunga e sottile che simboleggiava qualcosa… Mi chiesero di indovinare cosa fosse. Pensando alla vita agricola che conducevano, dedussi che dovesse rappresentare l’argine di un campo, ma loro, ridendo, mi dissero che era una vagina, la “sacra apertura attraverso cui si viene al mondo”. Compresi di avere a che fare con un’etnia che venerava il corpo materno più di quanto venerasse i   totem e gli  spiriti della natura.

                                                                           Foto dell’autrice

Oltre al tamburo femminile di legno, che viene definito “La via che conduce al Paradiso”, gli Wa adorano anche le zucche affusolate che crescono negli orti e che sembrano figure antropomorfe di madri con il bacino largo e il ventre gonfio. Un po’ come le Veneri Paleolitiche. Tutto nasce dalla leggenda di Xigang Li, che racconta la creazione del mondo e significa “venir fuori da una zucca panciuta o dalla misteriosa caverna”.

In una società matriarcale,  le donne mantengono il loro fascino anche dopo una certa età: mentre le giovani, con i capelli corvini  e le bocche carnose, sembrano le protagoniste di un dipinto di Gauguin, le vecchie nonne  fumano la pipa con estrema naturalezza. Il  bocchino in argento cesellato diventa un ornamento della loro persona, così come gli orecchini pesanti e importanti, a forma di tubo o di conchiglia, che deformano i lobi. Qualche conchiglia, moneta  o pietra simile a quarzo è  inserita nel turbante di stoffa: sono oggetti appartenuti ai loro avi, i famosi cacciatori di teste, che partivano per la guerra fra diverse tribù e tornavano a casa con ricchi bottini…

                                                                           Foto dell’autrice

(Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento o a leggere il mio libro che parla degli Wa, mi contatti tramite il blog)

FIORI PICCO

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2 risposte a "ALLA SCOPERTA DEL POPOLO WA"

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